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Genitori in piscina, istruzioni per l’uso!

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Un comportamento invadente dei genitori durante le lezioni di nuoto può rivelarsi altamente problematico. La coach Panettieri ci spiega qual è il modo più giusto per supportare i nostri figli e perché!

Ho una visione:

i figli per i genitori -> cuore di mamma!

I genitori per i figli -> gioie e dolori!

 I nipoti per i nonni -> guai a chi me li tocca!

I nonni per i nipoti -> portatori sani di golose e pesantissime merende pre e post acqua!

I parenti tutti (nazionali, internazionali, intergalattici) per gli allenatori -> come mongolfiere in un monolocale, ingombranti. O ci sto io o ci stai te!

La piscina, da quando ne ho ricordo, è sempre stato nel mio immaginario un cubo di cemento armato popolato da pochi esseri viventi: io, i miei compagni di squadra, compagni di squadre diverse (badate bene, genitori: sono compagni, non cattivi da annientare) e allenatori, stop. Tutto questo forse a causa della mia infanzia e adolescenza passata a nuotare in una piscina di provincia, dove veniva concesso ai genitori solo una volta al mese di OSSERVARE (da una balaustra altissima in un silenzio austero) noi piccoli e indifesi soldatini del cloro. Ricordo esattamente come non avessimo la minima percezione della loro presenza.

Questa educazione così drastica dei genitori ha fatto sì  -ad esempio per mia madre- che le gare di nuoto fossero un momento di salotto da vivere insieme agli altri genitori e in cui io bambina, priva a quel punto di qualsiasi tifo sfegatato, disputavo la mia gara in una assoluta tranquillità e mia mamma invece sorrideva, perché mi aveva vista serena, divertita e contenta di aver migliorato. Mia madre, a dirla tutta e ripensandoci ora a distanza di anni, ci aveva visto giusto quando diceva che “a un bambino di 8-9 anni il cronometro serve solo a imparare a riconoscere i secondi e i minuti in un quadrante senza numeri”.

Le “corporazioni parentali” che vedo quotidianamente dietro alle vetrate delle piscine sono oltremodo “scomode”. E’ questione di sguardi! Il bambino, se GUARDATO con un’attenzione maniacale, oltre ad essere spinto ad avere una considerazione maggiore per chi è dietro al vetro piuttosto che per l’istruttore in acqua, avrà poi un’ansia da prestazione nel dover a tutti modi “far vedere cosa sa fare”. Il risultato sarà pressoché disastroso. Spingere il bambino a fare un esercizio (sempre da dietro il vetro, con facce buffe e movimenti inesatti) che non è chiamato a fare dall’istruttore è diseducativo. Lo sguardo tranquillo e divertito è la formula magica!

La verità è che la linea di demarcazione tra un genitore “che va oltre” (il classico comportamento da ultra’ non è prerogativa solo del genitore dell’agonista) e il genitore che sa stare al suo posto è davvero netta. Il genitore deve essere sostenitore, mai essere di parte (o solo dalla parte del figlio), deve affiancare e mai trascurare.

Il genitore, dal momento in cui sceglie un qualsiasi sport per il figlio, deve fare solo una cosa, una cosa essenziale: ESSERCI. Esserci ha una matrice profonda, è esserci con il corpo e con la testa, con tutto se stesso. Esserci è capire che quell’atleta, proprio quello lì, quello che ci assomiglia, è nostro figlio, ma non siamo noi.